Brasile: La crisi come opportunità

 “Negli anni Ottanta del secolo scorso il Pib brasiliano è cresciuto mediamente dell’1,6%; negli anni Novanta è cresciuto del 2,6%; nel decennio tra il 2001 e il 2010 è cresciuto del 3,9%. Per trenta anni consecutivi questo paese 28 volte più grande dell’Italia ha destato l’ammirazione del mondo intero, salendo dal dodicesimo al settimo posto nella graduatoria dei 196 paesi del mondo elaborata in base al prodotto interno bruto. Settimo posto significa che il Brasile è avanti all’Italia, alla Russia, al Canada, all’Australia, alla Svezia. Anche altri Paesi, come la Cina, il Qatar, l’Arabia Saudita sono cresciuti con velocità analoga o maggiore, ma il Brasile lo ha fatto restando una democrazia compiuta e rappresentando perciò un modello economico-sociale per tutto il pianeta. Intanto è cresciuta in tutto il mondo l’immagine del Brasile come paese moderno, ricco, pacifico, allegro. Un paese con scandalose contraddizioni (il divario tra ricchi e poveri, la violenza, la corruzione, l’analfabetismo), ma con grandi potenzialità, che la classe dirigente è riuscita a mobilitare”. Così scrive Domenico De Masi su “Comunità italiana”, mensile diretto a Rio de Janeiro da Pietro Petraglia.

“Ora il Brasile, lo stesso che dieci anni fa era in grande ascesa, versa in una crisi istituzionale e sociale di cui è difficile comprendere le ragioni e la dinamica per chi come me guarda da lontano e nutre rispetto e ammirazione per questo paese.

Ma è nei momenti di crisi che si manifesta la qualità di un paese. L’Italia fu grande nell’immediato dopoguerra quando, di fronte alla devastazione totale, si rimboccò le maniche, rimodulò i suoi valori e le sue alleanze, rimise in sesto la sua economia e riuscì a piazzarsi all’ottavo posto nella graduatoria dei paesi che compongono lo scacchiere politico del pianeta.

Stessa cosa vale per un singolo individuo che, in caso di forte pressione, invece di abbattersi, mobilita cervello e cuore per uscire dalla crisi. Potremmo persino dire che proprio lo stress determinato dallo stato di crisi, può eccitare una salvifica creatività. A questo effetto inusuale ed eccitante della crisi darei il nome di “Sindrome di Galois”. E spiego perché.

Evaristo Galois, nato in Francia nel 1811, fu un ragazzo prodigio che elaborò sia la teoria di algebra astratta che ora porta il suo nome, sia la teoria algebrica dei gruppi. Consapevole, già a sedici anni, della propria genialità matematica, ma deluso dai professori che sottovalutavano il suo genio, abbandonò gli studi e a 19 anni si arruolò nella Guardia Nazionale. L’esperienza militare in un esercito regio, essendo Galois fervente repubblicano e rivoluzionario, non poteva che riuscire tempestosa. Arrestato più volte, fu indotto a un duello, probabilmente architettato dalla polizia segreta del Re per ammazzarlo.

Certo di soccombere, Evaristo trascorse tutta la notte precedente il duello nella frenetica stesura di geniali teoremi su cui poi si sono arrovellate intere scuole di matematici e, all’alba del 30 maggio 1832, fu colpito a morte. Aveva appena venti anni. Le sue teorie furono pubblicate quattordici anni più tardi e solo oggi appaiono in tutta la loro fondamentale importanza scientifica.
Fermiamo per un attimo la nostra attenzione sulla notte che precedette il duello; sull’esplosione di creatività generata dal parossismo delle ore che trascorrevano inesorabili nel presentimento della morte imminente; sulla sensazione di essere già alla fine della vita ma di avere ancora tante cose scientificamente importanti da dire; sulla pressione psicologica esercitata dall’incalzare degli eventi nella mente di un ventenne consapevole della sua incompresa genialità. Ecco appunto ciò che si potrebbe chiamare “Sindrome di Galois”: una pressione psicologica determinata da uno stato di crisi profonda che, invece di deprimere la creatività, la scatena.

Un senso analogo di crisi incombente ha prodotto i capolavori di Caravaggio, di Schiele, di Munch, di Pollock, di Bacon, di Basquiat: tutti creativi che recano evidentissimi i segni di una tensione e persino di una paura irriducibili.
Ma l’effetto creativo prodotto da questa sindrome non va connesso esclusivamente alla produzione dei geni artistici o scientifici. Anche la semplice, quotidiana paura di una scadenza spesso induce il giornalista a stendere rapidamente un articolo, il manager a prendere una decisione fulminea, una troupe cinematografica a girare una scena inattesa.

A livello collettivo, si pensi alla rivoluzione estetica del Rinascimento fiorentino, fiorita proprio dopo una grande pestilenza e durante una terribile crisi finanziaria che mise in ginocchio le grandi banche toscane. Si pensi al neorealismo cinematografico fiorito nella Roma sconquassata dalla guerra; si pensi alla sorprendente sequenza di scoperte prodotte dal gruppo di Enrico Fermi in pieno fascismo liberticida e sotto la paura dell’imminente persecuzione antiebraica. Si pensi all’America di Roosevelt che reagisce con il New deal al crollo della grande crisi; si pensi alla Germania e al Giappone, risorti dalle macerie della Seconda guerra mondiale.

Dunque, si può chiamare “Sindrome di Galois” qualsiasi stato d’animo per cui, di fronte a una situazione particolarmente critica, un individuo o un popolo, invece di arrendersi, mette in atto uno sforzo eccezionale di volontà, un colpo d’ala di creatività per salvarsi dal precipizio e riprendere la marcia imboccando, con rinnovata operosità, una nuova, grande fase di sviluppo.
Nonostante la crisi, o proprio grazie alla crisi, questa può essere l’occasione propizia per un nuovo balzo in avanti del Brasile, se capace di uscire dalla crisi liberandosi dalla corruzione, dall’infantilismo, dal “complesso di vira lata”.

Questa crisi del Brasile – economica, politica ed etica al tempo stesso – lascia sbalordito e incredulo il mondo intero. Spetta dunque al Brasile il compito di mobilitare con intelligenza tutte le sue migliori energie per dimostrare maturità politica, capacità economica, dignità morale. La posta in gioco è la felicità del popolo brasiliano e la stima del mondo intero”.

di Domenico de Masi (Presidente del Comitato Direttivo dell’AAIB)

Fonte: Aise